Margherita Hack - Il Paese dei Balocchi
Studente: Sua zia conosceva davvero Margherita Hack?
Sig. Ciardini: Sì, mia zia era una sua compagna di giochi al Bobolino. Mi raccontava spesso di quelle lunghe giornate passate tra tornei improvvisati e corse nei prati.
Studente: Che ricordo conservava di Margherita?
Sig. Ciardini: Diceva che era determinata, leale e piena di energia. Anche da bambina rispettava le regole e difendeva sempre i compagni più piccoli.
Studente: Cosa rappresentava il Bobolino per loro?
Sig. Ciardini: Era un luogo di libertà assoluta. Lì sono nate amicizie vere e ricordi che mia zia ha custodito per tutta la vita.
Si passavano così mattinate e pomeriggi sotto il sole, senza sentire stanchezza, con i nostri tappi o le nostre palline a cui erano stati dati nomi di corridori famosi, e le contestazioni e le liti più accanite avvenivano quando il "corridore" si fermava proprio sulla riga di gesso o in cima al muretto di ghiaia: «È dentro!». «No, è fuori, torna indietro». Il Bobolino rimane per Margherita il luogo magico dove è nata l'amicizia con Aldo e dove ha imparato il valore del gioco, della lealtà e della libertà.
Il Bobolino era un giardino pubblico, diviso in tre parti da viale Machiavelli che partiva da piazzale di Porta Romana e saliva su fino a piazzale Galileo. La prima parte, in basso, era piena di panchine, c'era una grande vasca con le ninfee, prati recintati "da non calpestare". Lo frequentavano soprattutto mamme con bambini piccoli e pensionati. Non era un posto dove si potesse giocare.
✓ BOBOLINO
La terza parte, in alto, che si affacciava su piazzale Galileo, era tutta scoscesa, solcata da una larga scala. Solo in cima c'erano due prati quasi piani dove si poteva fare due tiri a palla, e qualche siepe per giocare a nascondino. Ma i nascondigli erano sempre quelli, dopo un po' si conoscevano tutti.
Il Bobolino di mezzo invece era il vero paradiso, il paese dei balocchi; era il più grande, aveva un enorme prato dove si potevano fare tornei, giocare a palla prigioniera divisi in due squadre contrapposte, numerosissimi e quasi inaccessibili nascondigli, alberi su cui arrampicarsi, una zona impervia sulla quale l'uso da parte di numerose generazioni aveva ricavato dei ripidi sentieri che utilizzavamo come scivoli.
Si formavano due squadre, composte da un numero a piacere di giocatori, purché pari. I due gruppi si schieravano l'uno di fronte all'altro, separati da una decina di metri. Fatta la conta per decidere a chi toccava il primo tiro, il giocatore prescelto tirava la palla nel gruppo opposto, abbastanza forte e alta perché nessuno riuscisse a prenderla. Se uno degli avversari invece ce la faceva ad afferrarla, il lanciatore veniva fatto prigioniero.
Un altro gioco appassionante era guardie e ladri, una versione del nascondino. Io e Aldo facevamo sempre i ladri e andavamo sempre d'accordo. Mi ricordo che apprezzavo molto il fatto che rispettasse e facesse rispettare le regole stabilite e accettate da tutti, cosa che invece non succedeva con molti altri ragazzi, che facevano le "riffe".
C'era una vasca all'interno di una grotta sulle cui pareti formate da grossi sassi ci si poteva arrampicare facendone il perimetro, si rischiava però di finire in acqua. Erano numerosissimi e quasi inaccessibili nascondigli, alberi su cui arrampicarsi. Solo in cima c'erano due prati quasi piani dove si poteva fare due tiri a palla, e qualche siepe per giocare a nascondino.
Forse la pista più bella e le gare più accanite le feci l'estate del '36, quando avevo finito la quarta ginnasio e un mio compagno scoprì che avevo un bel giardino abbastanza grande e con la ghiaia e mi chiese se poteva venire a giocarci. Costruimmo una pista che è rimasta nei miei ricordi quella più bella e completa di curve e rettilinei, e anche di salite e discese perché il giardino aveva una leggera pendenza.