Margherita Hack - Università di Firenze - Novembre 1940
A ottobre mi dovevo iscrivere all'università, un oggetto misterioso di cui sapevo poco o nulla, quali facoltà ci fossero e che sbocchi potevano dare. I miei non l'avevano fatta, ma avevano alcuni amici laureati in Lettere. Avevano sempre pensato che mi sarei dovuta laureare e perciò mi avevano iscritto al ginnasio; poi, data la mia facilità nel fare i temi, ritenevano ovvio che avrei fatto Lettere e sarei andata a insegnare, o forse a fare la giornalista.
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Così mi iscrissi a Lettere, e andai alla prima lezione, tenuta da Giuseppe De Robertis, un nome noto perché scriveva sempre sulla terza pagina del «Corriere della Sera». Eravamo almeno una cinquantina in una grande aula al primo piano in piazza San Marco. De Robertis parlò per un'ora filata di un libro di Emilio Cecchi, Pesci rossi, di quello che disse non ricordo niente, solo una gran noia, che mi fece capire che stavo sbagliando strada.
Mi ricordai solo allora che al liceo la materia che mi interessava di più era fisica. A questo si aggiunse il fatto, forse determinante, che anche la mia compagna e amica Tina Schwaner si era iscritta a Fisica. Corsi in segreteria a informarmi come si faceva a cambiare e quanto costava in più, per via del laboratorio. A casa raccontai ai miei della mia esperienza, del maggior costo per le tasse e loro mi dissero di non preoccuparmi, facessi pure quello per cui mi sentivo più portata.
Così ai primi di novembre cominciarono le lezioni. Tutte le mattine dalle nove alle undici avevamo analisi matematica, nella sede di piazza San Marco, in un grande stanzone a pian terreno. Eravamo un centinaio, la grande maggioranza era iscritta a Ingegneria, una ventina a Matematica "pura" e a Matematica e fisica e solo una decina a Fisica "pura". Matematica e fisica era considerata una sorta di ibrido.
Il professore di analisi era un famoso matematico, Giovanni Sansone, che aveva l'abitudine di interrogarci, come al liceo, e se vedeva uno disattento, si interrompeva e lo invitava ad andare alla lavagna a ripetere la spiegazione. Dopo analisi avevamo un'ora di geometria analitica, mentre al pomeriggio ci trasferivamo ad Arcetri, sul colle a sud di Firenze dove sorge l'osservatorio astrofisico.
All'Istituto di Fisica, che era duecento metri più in basso dell'osservatorio, si seguiva il corso di fisica generale, un'ora tutti i giorni, e tre volte a settimana il laboratorio - la cosiddetta "fisichetta" - dove divisi in gruppetti di tre facevamo vari esperimenti. Ad Arcetri sorge l'osservatorio astrofisico e dove Galileo, dopo esser stato costretto ad abiurare, aveva vissuto gli ultimi anni della sua vita "agli arresti domiciliari" nella villa "Il Gioiello".
Molti giovani e soprattutto ragazze si immaginano che a quel tempo per loro così remoto le studentesse nelle facoltà scientifiche fossero una sparuta minoranza. In realtà a Fisica, nel mio corso eravamo cinque e cinque, perfetta parità, mentre a Matematica e Matematica e fisica erano più numerose le ragazze. Solo a Ingegneria non ce n'era nemmeno una; una situazione che va cambiando, sia pure ancora troppo lentamente.
In tutti questi spostamenti da piazza San Marco ad Arcetri la bici è stata il mezzo preferito. Solo da novembre a fine febbraio mi rassegnavo a prendere il tram, perché nelle frequenti giornate di pioggia mi vergognavo ad arrivare in aula grondante d'acqua. Quando a marzo riprendevo la bici, mi accorgevo di quanto sia importante l'allenamento; i primi giorni la salita del Poggio Imperiale mi costava un'enorme fatica e spesso dovevo scendere a metà viale.
La fisica mi piaceva sempre più, era un argomento concreto facevo il confronto con quella che mi era sembrata una serie di chiacchiere inconcludenti durante l'ora di Lettere, e con la noia che provavo anche al liceo durante l'ora di filosofia. Evidentemente, e sbagliando, mi sembrava tutto un discorrere di aria fritta. Per fortuna avevo cambiato subito corso di laurea.
A febbraio detti Analisi Matematica con il professor Sansone. Il giorno fissato per l'appello ero davanti al portone, ancora chiuso, dell'Istituto di Matematica. Mi ero alzata all'alba per essere la prima a darlo. Finalmente apparve il professor Sansone, che solo per la sua mole imponente e l'aspetto burbero incuteva paura. Cominciò e durò almeno tre quarti d'ora, durante i quali risposi a tutto. Alla fine scrisse il voto sul libretto senza che potessi vedere e mi chiese quanto pensavo di meritare. Dissi: «Diciotto». «No, le abbiamo dato ventitré».
Strada facendo incontrai un mio compagno, iscritto a Ingegneria: «Com'è andata?». «Non troppo bene, ho preso ventitré». «Eh, ma per una donna!» fu il suo commento. Non mi risulta che lui abbia poi mai sostenuto l'esame. Questo episodio rappresenta il sessismo dell'epoca, ma Margherita non si lascia scor