Margherita Hack - Firenze
A giugno del '32 varcai per la prima volta il portone del liceo ginnasio Galileo in via Martelli, a due passi dal duomo, per sostenere l'esame di ammissione, un tema di italiano. E poi l'orale con nozioni di aritmetica, storia e geografia. Promossa, a ottobre cominciai la prima ginnasio.
✓ AMMISSIONE
Si facevano cose del tutto nuove, come l'analisi logica - soggetto, verbo e complemento -, noiose pagine di analisi logica sulle frasi di qualche libro di testo, come compito per casa, necessario propedeutico, sembra, allo studio del latino che affrontammo dopo qualche mese. Si leggeva e commentava l'Odissea che, a parte le difficoltà del linguaggio poetico, nella traduzione del Pindemonte, era come un libro di avventure.
A scuola mi accompagnava il babbo e si andava a piedi, da via Ximenes fino a via Martelli, tre quarti d'ora di strada: mi alzavo alle sette e alle otto meno un quarto uscivamo per arrivare puntuali alle otto e mezzo. A mezzogiorno e mezzo mi veniva a riprendere e si tornava col tram fino a metà del Poggio Imperiale, dove finiva la tariffa cittadina da 50 centesimi e cominciava quella da 70.
A ottobre del '31 entravo in quinta, di nuovo a San Gaggio, con la maestra Borromeo. Me la rammento ancora, mi ricordo il suo nome, perché era diversa dalle altre. Era un donnone allegro, che ci faceva amare la scuola per il suo modo di raccontarci la storia come un romanzo, o la geografia come un viaggio avventuroso, di spiegarci l'aritmetica e la geometria con facili esempi pratici, e proporci ogni tanto delle gare a chi risolveva prima un problema.
Dopo l'esame di terza ginnasio, e quello di matematica a ottobre, necessari per essere ammessi in quarta, mi aspettavo di tornare al Galileo. Invece ci fu una sorpresa: tutti noi che abitavamo "di là d'Arno", cioè al di là della riva sinistra, eravamo stati trasferiti d'ufficio dal Galileo a un nuovo ginnasio, il Machiavelli, situato all'ultimo piano di un edificio di fronte a Palazzo Pitti.
A giugno del '37 avevo finito la quinta ginnasio. Al Machiavelli ancora non c'era il liceo e già sapevamo che saremmo dovuti tornare al Galileo. A luglio tutto era finito, ero promossa in prima liceo, e finalmente arrivò la sospirata bicicletta. Andammo da un conoscente del babbo che aveva un negozietto all'inizio di via Ricasoli. Mi mostrò una bici nera, col carter, senza cambio.
A ottobre tornai a scuola, in prima liceo, di nuovo al Galileo. C'erano quattro sezioni: la A e la B tutte maschili, la C femminile e la D mista. Tutte compagne nuove, quasi tutte di famiglie dell'alta borghesia, figlie di professori universitari, primari d'ospedale, avvocati ecc., tutte con una gran puzza sotto il naso, che guardavano con disprezzo la mia compagna di banco.
La professoressa di scienze - Enrica Calabresi - era una donnina piccola e magra, poco comunicativa e perciò né amata né odiata dai suoi allievi. La vidi sparire da scuola da un giorno all'altro. Al suo posto venne una professoressa grassoccia e gioviale. Solo per caso venimmo a sapere la ragione di questo improvviso cambiamento - la Calabresi era ebrea. Oltre a lei scomparvero da scuola alcuni ragazzi, fra cui due gemelli che erano stati in classe con me in terza ginnasio.
A metà maggio, in classe, durante l'intervallo cominciò un'accanita discussione con alcune mie compagne. La Germania aveva invaso Danimarca, Olanda, Belgio e io stigmatizzavo questa prepotenza nazista contro piccole nazioni neutrali, l'alleanza con Hitler, le vergognose leggi razziali. Stavamo per venire alle mani, quando entrò in classe Mancinelli, il professore di matematica. Accusata dalle mie compagne di antifascismo, fummo accompagnate da lui in presidenza e io fui denunciata come disfattista. Il consiglio dei professori riunito d'urgenza mi sospese per venti giorni e mi dette sette in condotta.
Il 10 giugno del '40 l'Italia entrò in guerra accanto al grande amico e alleato tedesco, contro le plutocrazie rappresentate da Francia e Gran Bretagna. Anche i giovani appena diciottenni avrebbero potuto essere chiamati alle armi, e perciò fu deciso di abolire gli esami di maturità e promuovere o bocciare in base ai voti dello scrutinio. Fu così che passai con la media del sette, otto in filosofia di cui non avevo mai capito nulla, e sei in matematica e fisica, che erano le materie che mi piacevano e interessavano di più.